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Ritorna, perché è anche giusto sia così, quel senso di vuoto e indefinito che tra le carrozze di un treno verso sud sembra perdersi nei pensieri propri e altrui.
Come ad aver svuotato qualcosa, per necessità, perché prima o poi quella gatta di polvere andava smaltita, e avere la necessità di dover andare via e tornare senza che il fantasma di quel mucchio di acari e batteri sia ancora impresso nella nostra mente. La necessità che fa il pari con un biglietto fatto da tempo, in realtà, necessità che abbraccia lo scorrere del tempo.
(Se posso viaggio in area silenzio, è il miglior modo per ascoltare. Chi, conta poco. Un tempo mi piaceva guardare film o video in treno. Un tempo sembrava esserci più tutto).
I viaggi, sempre loro, quotidiani o brevi o lunghi o inattesi. Quando torno in bici verso casa scarico sugli stinchi ciò che c'è stato e in qualche caso ciò che mi aspetterà, sempre nella misura di più o meno, sempre in tratte che calcolo a spanne. Come il tempo, sempre e ancora lui, che riduciamo a un 'prima o poi'.
Le gallerie, poi, il segnale sull'iPhone che sparisce come se fosse un monito, un invito. Quello di chi non ha più nulla da dire. Non ora. Avremmo dovuto bere il nostro drink sulla spiaggia, guardare il tramonto con occhi meno stanchi, lasciare che mentre tutti corressero da e verso qualcosa, noi ci fermassimo. In un punto preciso, chissà dove.
(La rabbia, sempre lei, di qualcosa che c'è stato o di qualcosa che poteva esserci. Magari entrambe. Cheyenne lo diceva a Rachel, passiamo senza neanche farci caso dall'età in cui si dice "un giorno farò così" all'età in cui si dice "è andata così").